Rachella

Londra

Sono un’altra persona (ex) depressa. Entro ed esco dalla depressione come in una vasca idromassaggio, ci sguazzo dentro e poi esco quando mi si alza troppo la pressione. Ma perché disturbarmi a scriverne? Se ne leggono già tanti di pessimismi e castighi sparsi per la rete, e di sentire i dolori del giovane Pinco Pallino di turno ne faremmo volentieri a meno.

Il fatto è che, dico io, noi depressi non siamo tutti uguali. Tanto per cominciare, ci sono quelli che non sanno di esserlo. Oppure quelli che lo sanno e credono di esserlo più di qualunque altro. O quelli che per settimane o mesi non riescono a essere nient’altro, e vivono nell’immobilità totale. Salvo poi “sfebbrare” e ritornare in modalità normal.

Ammettere di essere depressi è un atto di rispetto verso se stessi. Cercare di coprire a tutti i costi la sofferenza che si sente è come imporsi di non andare in bagno. Prima o poi uno se la fa addosso.

Allo stesso tempo, essere troppo auto-indulgenti non è un atto di rispetto verso se stessi. Crogiolarsi nella sofferenza, farne il proprio baricentro, girarci attorno come un pollo allo spiedo: queste cose non aiutano. Prima di tutto, la depressione puzza, e tanto quanto la puzza di piedi, o il sudore. I tipi e le tipe malinconici e avvolti da un’aura di mistero, attirano solo sulle prime. Scappa proprio perché impaurita da quell’aura di mistero – che in poco tempo diventa aura di sfiga.

La depressione non può essere ignorata. Ma non si può nemmeno dargliela vinta ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. La depressione è un macigno che pende da una catena che portiamo al collo. Scegliamo noi se buttarci a mare o se indossarla con disinvoltura. Se scegliamo di non morire, almeno pensiamo a come liberarcene.

Per questo motivo ho deciso di farmi avanti, e anche a nome di altri “mutanti “ della depressione.

Il Tiramisù è il racconto della mia lotta contro la bestia cornuta, a mani nude, in un buoi tunnel invocando la luce. Sto scherzando.

Il Tiramisù è un racconto dedicato ai depressi ottimisti. Quelli che, pur sentendosi uno straccio, vanno ai corsi di cucina o di ballo o di disegno dal vivo, quelli che vedono gente e fanno cose. Quelli che non riescono a parlare con nessuno per giorni e finiscono per ridere da soli delle proprie battute. Quelli che pensano che i cartoni degli anni Ottanta siano responsabili delle turbe psichiche di un'intera generazione, e nonostante ciò conti